IA e produttività: perché i numeri dicono una cosa e i CEO un’altra
Da un lato sentiamo ogni giorno che l’intelligenza artificiale sta trasformando il mondo del lavoro in modo irreversibile.
Dall’altro, chi dovrebbe guidare questa trasformazione nelle aziende ammette, quasi candidamente, di non accorgersene.
Com’è possibile? La risposta è più interessante di quanto sembri, e per trovarla bisogna tornare indietro di quasi quarant’anni.
Due studi, due realtà: il paradosso in numeri
Il risultato è piuttosto netto: le aziende che adottano l’IA generano in media il 4% di fatturato in più per dipendente rispetto a quelle che non lo fanno.
Non è un dato banale, soprattutto se lo si confronta con la crescita media annua della produttività italiana degli ultimi trent’anni, rimasta attorno allo 0,3% secondo i dati ISTAT.
In più: tra chi afferma di usarla, il consumo medio è di appena un’ora e mezza a settimana.
La chiave è nel metodo (e nella percezione)
Il CEPR guarda ai dati oggettivi di bilancio: fatturato, ore lavorate, valore aggiunto.
Il NBER raccoglie percezioni soggettive dei manager.
E le percezioni, si sa, hanno tempi e distorsioni proprie.
I guadagni esistono, ma restano invisibili nella narrazione interna.
La media del 4% nasconde una distribuzione molto asimmetrica: comprende chi guadagna molto e chi non guadagna quasi nulla.
Le grandi imprese, con risorse e strutture dedicate, stanno raccogliendo frutti nettamente superiori rispetto alle PMI.
E chi investe in formazione del personale moltiplica ulteriormente i ritorni: ogni punto percentuale aggiuntivo speso in training amplifica l’effetto dell’IA sulla produttività di quasi sei punti percentuali.
Chi si limita ad acquistare una licenza software senza ripensare i processi, invece, ottiene ben poco. A volte niente.
Il paradosso di Solow è tornato
Quell’anno, l’economista e premio Nobel Robert Solow osservò una dinamica curiosa, destinata a diventare celebre: le imprese americane stavano investendo miliardi in computer e tecnologia informatica, ma la crescita della produttività non decollava.
Anzi, era calata rispetto ai decenni precedenti. La sua frase è rimasta nella storia dell’economia: “Si vedono i computer ovunque, tranne che nelle statistiche sulla produttività.”
Quasi quarant’anni dopo, l’economista capo di Apollo Global Management, Torsten Slok, ha aggiornato quella battuta per l’era attuale: l’intelligenza artificiale è ovunque nei discorsi, negli investimenti, nelle ambizioni aziendali.
Tranne che nei dati macroeconomici aggregati su occupazione, produttività e inflazione. Il paradosso si è ripetuto. O forse, a ben vedere, non si era mai davvero concluso.
La lezione degli anni ’90: la curva a J
Dopo decenni di paradosso di Solow, negli anni ’90 qualcosa cambiò.
Certo, in quegli anni arrivarono internet, i browser, la posta elettronica: innovazioni enormi.
Ma le aziende avevano già investito miliardi in computer e infrastrutture digitali fin dagli anni ’80, senza vedere ritorni apprezzabili sulla produttività.
Il salto non lo fece la tecnologia da sola.
Lo fece la capacità delle organizzazioni di imparare finalmente a usarla davvero: riprogettando i processi intorno agli strumenti digitali, formando le persone, costruendo nuovi modelli di lavoro.
Era, in sostanza, la maturità organizzativa che aveva raggiunto la tecnologia.
Il ritardo, in altre parole, non segnalava un fallimento tecnologico.
Era semplicemente il tempo necessario a qualsiasi ecosistema produttivo per adattarsi a uno strumento radicalmente nuovo.
Potremmo trovarci, proprio adesso, nella parte discendente della curva: quella che precede la risalita.
IA vs PC: similitudini straordinarie, ma una differenza che cambia tutto
In entrambi i casi l’adozione iniziale è stata frammentata, disuguale, spesso superficiale.
E in entrambi i casi i benefici economici aggregati hanno tardato ad arrivare.
L’utente impara una procedura e può replicarla con certezza assoluta.
L’intelligenza artificiale generativa, e in particolare i Large Language Model (LLM), è invece uno strumento probabilistico: non dà sempre la stessa risposta allo stesso prompt.
Questo crea sfide cognitive e organizzative del tutto nuove.
Come si valuta la qualità di un output generativo? Come si costruisce un flusso di lavoro affidabile su uno strumento che, per natura, varia?
Chi non conosce la materia non è in grado di valutare se la risposta dell’IA è corretta, pertinente o semplicemente plausibile ma sbagliata.
Il PC amplificava le capacità di chi sapeva già fare certe cose.
L’IA chiede qualcosa in più: saper interrogare lo strumento nel modo giusto e, soprattutto, saper validarne le risposte con spirito critico.
Questa asimmetria tra promesse e pratica è, probabilmente, una delle ragioni principali per cui tanti dirigenti faticano a percepire risultati concreti.
Nei decenni del PC, i cicli di aggiornamento si misuravano in anni: il tempo, cioè, di costruire competenze stabili e processi consolidati.
Oggi i modelli di IA vengono rilasciati, aggiornati e superati nel giro di mesi.
Per le organizzazioni è come tentare di costruire una casa su un terreno che si muove.
Il rischio per l’Europa (e per l’Italia)
Le aziende svedesi e olandesi si muovono a ritmi paragonabili alle loro controparti americane.
Quelle dei Paesi dell’Europa orientale sono significativamente indietro. Il rischio concreto è che l’IA non riduca le distanze già esistenti tra le economie europee, ma le allarghi ulteriormente.
Le PMI italiane sono esattamente quelle che, secondo i dati CEPR, ottengono i benefici minori dall’adozione dell’IA, non per mancanza di qualità o impegno, ma per la difficoltà strutturale di sostenere gli investimenti complementari che fanno davvero la differenza: formazione, ridisegno dei processi, acquisizione di talenti digitali.
Senza queste condizioni, uno strumento potenzialmente rivoluzionario resta uno strumento sottoutilizzato.
Altrimenti rischiamo di prolungare, forse anche aggravare, il paradosso di Solow del XXI secolo.
Cosa fare, concretamente, se sei un’azienda
Siamo nella parte giusta della curva?
Il CEPR ci dice che l’IA può funzionare davvero, e i bilanci aziendali lo confermano, almeno per chi l’ha adottata bene.
Il NBER ci dice che per la grande maggioranza delle imprese questo ancora non sta accadendo.
È una fotografia piuttosto fedele di un ecosistema in piena trasformazione, con le sue sacche di eccellenza e le sue zone d’ombra, con chi è già oltre la curva e chi è ancora fermo al punto di partenza.
Ma i frutti richiedono tempo, il tempo necessario all’adattamento umano e organizzativo, che nessuna tecnologia, per quanto potente, riesce davvero ad abbreviare oltre un certo limite.
Con una variabile in più rispetto agli anni ’80: stavolta lo strumento non è deterministico, e imparare a usarlo bene richiederà una forma di alfabetizzazione critica che va molto al di là della semplice competenza tecnica.
Chi aspetterà che le cose si sistemino da sole, beh, la curva a J è lì ad aspettarlo.
Fonti:
– CEPR VoxEU — How is AI affecting productivity and jobs in Europe? (Febbraio 2026)
– NBER Working Paper #34836 — Executive survey on AI impact on productivity and employment (Febbraio 2026)
– Apollo Academy — Torsten Slok, Waiting for the AI J-Curve
– ISTAT — La produttività del lavoro in Italia 1995-2024
– Robert Solow, We’d better watch out, New York Times Book Review, 1987
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Per essere pienamente in linea con la nuova legge, sì, lo ammetto: per scrivere questo articolo mi sono avvalso dell’aiuto dell’intelligenza artificiale.
Grazie al suo supporto ho potuto concentrarmi sui contenuti, lasciando all’IA il ruolo di revisore attento, correttore di refusi e ottimizzatore SEO, senza intaccare la mia voce e il mio stile.
Un collaboratore affidabile che, se utilizzato in modo etico, può davvero dare una mano e migliorare la produttività di chiunque.
